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Contru mafia e putiri c'è sulu rivoluzioni

Sull'onda di Onda Pazza, nelle frequenze di Radio Aut

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Il 9 maggio del '78 a Cinisi (Palermo) una carica di tritolo esplose martoriando il corpo di Giuseppe - Peppino- Impastato. Antifascita e in prima fila per la lotta contro la mafia. Figlio del cognato del capomafia Cesare Manzella. Figlio egli stesso di un mafioso.

 

Ci sono voluti 23 anni perché Peppino Impastato diventasse con bollo di giustizia un morto di mafia. E quell´omicidio un delitto contro la parola. L´assassinio di un giornalista postumo. Perché Peppino fu iscritto all´albo professionale, quando finalmente Badalamenti (il mafioso che commissionò la sua morrte), nel 1997, fu incriminato. Parlava Peppino. Parlava tanto in una Cinisi muta, sorda e cieca. Parlava dai palchi improvvisati sui quali rappresentava il suo impegno.
Si faceva ascoltare dai microfoni di Radio Aut, con la satira di "Onda Pazza", mentre puntava il dito contro la mafia.

 

 

Dopo 31 anni, in questi giorni, la Sicilia e tutta l'Italia, ricorda Peppino Impastato. La stessa cosa ha fatto il Comune di Anzola dell'Emilia, da molti anni legato a Cinisi, alla causa di Peppino e alla famiglia stessa. Una piccola delegazione, rappresentata anche dal Presidente del Forum Giovani, è partita alla volta della Sicilia.

 

 

 
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Mafia e Antimafia.
Questo l'argomento del Forum presieduto da:

  • Franca Imbergamo (Sostituto Procuratore a Palermo, è stata Pubblico Ministero nel processo che ha visto di recente la condanna all'ergastolo per Tano Badalamenti e Vito Palazzolo nel processo per l'omicidio di Giuseppe Impastato.);
  • Fulvio Vassallo (docente di Diritto dell'Immigrazione, Università di Palermo e Componente del Consiglio direttivo dell’Asgi - Associazione studi giuridici sull'immigrazione)
  • Pietro Milazzo (attivista sociale ed esponente dei movimenti politici e sindacali. Dipendente della Biblioteca regionale e alla Cgil fa il responsabile siciliano degli Immigrati. Noto per le sue battaglie per i senza tetto. )
  • Pia Blandano (preside Istituto Comprensivo Antonio Ugo, Palermo)


La Mafia. Questa cosa tanto discussa, vicina e lontana al tempo stesso. A volte ignorata, più spesso tollerata, troppe volte cercata, protetta. Perchè la mafia spesso e volentieri, viene vista come qualcosa che dona garanzie, protezione, favori in caso di necessità. Qualcosa cui fare affidamento. Quante volte si è pensato "lo Stato vacilla, la Mafia non cede mai".
Ma la mafia annienta i diritti. La mafia è uno stato di violenza, di prepotenza nei confronti di chi non riesce ad opporsi, da chi ne è soggiogato. La Mafia annienta la libertà, vive sulle ingiustizie, sugli opportunismi, sui favori, sulla paura, sull'ignoranza e sul razzismo.


In questi tempi in cui viene messo in discussione il patrimonio giudicio e la costituzione repubblicana, il razzismo prolifera, mettendo le radici nella profonda ignoranza e nella paura, alimentato da quei politici che sfruttano i nuovi capri espiatori per raccogliere consensi.

Così l'indebolimento della magistratura non fa che peggiorare le cose. Le indagini non vengono mandate avanti rispettando una tempistica umana, perchè mancano le giuste risorse di fondi e persone.
Diminuiscono le garanzie istituzionali dei clandestini, grazie a normative che alimentano idee razziste ed autorizzano al disprezzo, al razzismo, senza considerare la possibilità di un effetto a valanga, che possa ritorcersi ben presto su di noi, vittime del nostro stesso razzismo.

Così, il clandestino, l'uomo che ha il diritto di muoversi, di cercare lavoro in un altro paese, si ritrova in uno stato di schiavitù imposta, si ribella e viene ucciso.

"Gli schiacciarono la testa coi sassi".
Alzò la testa, si oppose a chi uccideva i suoi diritti ed è stato ucciso.

Ma da chi è stato ucciso?
Dal silenzio.
Il silenzio di chi non ha coraggio di lottare per i propri diritti e alimenta un paura che diventa abitudine.

 

 
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Così, la lotta alla mafia è una forma di resistenza.
Resistenza all'assuefazione, alla rassegnazione. Perchè non siamo carne da macello, da buttare via, non siamo cenere: esistenze umane bruciate.

 

Siamo uomini. Come lo è stato Peppino Impastato e chi, come lui, ha detto "no", ha detto "basta". Uomini consapevoli che la storia si fa con le nostre mani. Non eroi da ammirare, ma uomini da cui prendere l'esempio
La mafia uccidendoli, voleva metterli a tacere. Eppure non li ha uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe. E ora siamo più di prima a lottare. E ora la nostra voce è un grido:

 

Resistenza e ribellione contro la mafia!